Noi siamo un popolo, e non abbiamo ancora parlato

9 Novembre 2009

muroberlino A 20 anni dalla caduta del muro di Berlino la domanda sorge spontanea è cambiato qualcosa in Europa.

Se parliamo delle condizioni economiche e generali dalla Germania si evince che le cose non stanno molto meglio per i Tedeschi unificati, anzi il cercare di pareggiare l’economia della parte orientale con quella della parte occidentale  che a quel tempo era molto sviluppata e in  attivo e l’avvento della crisi economica mondiale ha portato ad una caduta libera dell’economia della Germania unificata, a tal punto che molti Tedeschi intervistati dai media sia che vengano da est che da ovest rimpiangono la Germania prima del muro.

Dal punto di vista politico la caduta del muro di Berlino ci ha portato alla fine materiale di una ideologia che fin dalla fine della seconda guerra mondiale credeva di egemonizzare le varie intellighenzie Europee e con la scusa della rivoluzione socialista aveva illuso molti giovani europei, anche se per onor del vero e per dare conto alla storia le cose iniziarono molto prima della caduta del muro, con le mobilitazioni degli operai in Polonia e la nascita del sindacato di ispirazione cattolica Solidarnosc e  seguendo la spinta della Polonia anche in Ungheria furono raggiunte riforme economiche e liberalizzazioni politiche durante gli anni ‘80, le principali riforme che includevano il pluralismo nei commerci, libertà di associazione, assemblea e stampa, una nuova legge elettorale e una radicale revisione della Costituzione. Nell’ ottobre 1989  il partito comunista si riunì nell’ultimo congresso e si ridefinì come Partito Socialista ungherese togliendo anche quell’ insediamento di filo spinato che tutti chiamavano cortina di ferro. In una storica seduta dal 16 ottobre al 20 ottobre, il Parlamento adottò una legislazione che prevedeva elezioni parlamentari multipartitiche e l’elezione presidenziale diretta. Questa legislazione trasformò l’Ungheria da Repubblica popolare in Repubblica di Ungheria, garantendo diritti civili e umani e creando una struttura istituzionale che assicurava la separazione dei poteri giudiziario, esecutivo e legislativo, a quel punto il cerchio si chiuse con lo smantellamento del muro e la riunificazione della Germania.

Questo è quello che il mondo mediaticamente ha visto, ma il potere occulto che ha abbattuto quel muro e l’ideologia comunista potrebbe essere un altro la globalizzazione,  la classe politica dirigente dell’ unione delle repubbliche socialiste sovietiche non era più unita ognuno cercava di portare acqua e soldi al proprio mulino e le sirene del mercato globale non facevano altro che buttare benzina sul fuoco sbattendo in faccia ai poveri proletari il miracolo economico e i vari “sogni americani”, e in pratica utilizzando le stesse armi di chi aveva preso il potere con la rivoluzione socialista, cioè lo scontento delle classi più povere e il sogno di avere cose che aveva solamente chi gestiva il potere riuscirono a far sollevare chi era scontento e ad abbattere cosi il muro che c’era tra occidente ed oriente.

Quello che in economia si spiega con: “La domanda supera l’offerta”.

Ora qualcuno potrebbe pensare a tutto questo come un romanzo di fantapolitica  ma senza nemmeno scomodare George Orwell e “il grande fratello”, non è cosi. Quindi tornando a quello che era la questione che ci siamo posti “è cambiato qualcosa” no tutto è come 20 anni fa anzi sembrerebbe che sia peggiorato il potere è sempre in mano a pochi gruppi di persone che in nome di una parola che un tempo (Grecia docet) significava qualcosa “Democrazia” e dall’alto del suo potere economico gestisce  tutto quello che nel mondo c’è da gestire e che serve ad aumentare il proprio potere e di conseguenza la propria ricchezza, in faccia a chi riesce ancora a discutere di destra o di sinistra, di candidature e di giudici che fanno politica, questa è la strategia del “dividi et impera” che è una delle cose come  il Diritto Romano che ci hanno lasciato i nostri antenati Romani.

Da quello che ho scritto fino ad ora sembrerebbe che sono andato fuori tema d’altronde avevo iniziato a parlare del muro di Berlino e della caduta del comunismo e sono finito a parlare di economia e globalizzazione, ma in effetti il discorso sul comunismo che comunque non è la mia ideologia preferita per molteplici motivi ma soprattutto perché si identifica con la massa e da qui la famosa “dittatura del proletariato” a discapito del singolo individuo e di solito quello che va bene per la massa a volte non va bene per il singolo, esula secondo me dalla caduta del muro di Berlino che simboleggiava la divisione di due modi di vedere quello che era la gestione del potere sia economico che politico tra occidente ed oriente.

Ma come sempre la verità sta nel mezzo, e l’unico modo per combattere chi in nome del relativismo agita il vessillo della democrazia, chi ci propina verità mascherate è solo uno, unità di popolo, coscienza di essere una nazione vuoi che sia quella Italiana o quella Europea l’importante è avere la coscienza di riconoscerci e di unirci perché,

“Noi siamo un popolo, e non abbiamo ancora parlato”.

Ottaviano


“Caduti per una idea senza rimpianti, ammirati nel ricordo dallo stesso nemico, essi additano agli italiani, nella buona e nell’avversa fortuna, il cammino dell’onore e della gloria”

17 Settembre 2009

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Sei fratelli Italiani sono caduti nel compiere il loro dovere e non mi importa se si trovavano a Kabul per i soldi o perché ci credevano, non mi importa se avevano la stessa mia idea politica, non mi frega niente se erano stati mandati a sconfiggere il terrorismo per gli interessi degli americani o per chissà quale altra lobby.

Mi importa di ricordare il loro sacrificio, la loro dedizione a qualcosa che evidentemente non tutti comprendono il concetto di patria e quello di onore.  

Questi fratelli chiedono solo di essere rispettati e ricordati, solo questo.

Preghiera del Parà

 Eterno, Immenso Dio, che creasti gli infiniti spazi e ne misurasti le misteriose profondita’

guarda benigno a noi, Paracadutisti d’Italia, che nell’adempimento del dovere balzando

dai nostri aerei, ci lanciamo nelle vastita’ dei cieli.

Manda l’Arcangelo S. Michele a nostro custode; guida e proteggi l’ardimentoso volo.

Come nebbia al Sole, davanti a noi siano dissipati i nostri nemici.

Candida come la seta del paracadute sia sempre la nostra fede e  indomito il coraggio.

La nostra giovane vita e’ tua o Signore!

Se e’ scritto che cadiamo, sia! Ma da ogni goccia del nostro sangue sorgano gagliardi figli e

fratelli in numeri, orgogliosi del nostro passato, sempre degni del nostro immancabile avvenire.

Benedici, o signore, la nostra Patria, le Famiglie, i nostri Cari! Per loro, nell’alba e nel tramonto,

sempre la nostra vita! E per noi, o Signore, il Tuo glorificante sorriso.

Così sia.

onore a voi

Ezio De Santis


Non è mai troppo tardi …

4 Settembre 2009

rduelliAnche se in una lettera che ha mandato a Giampaolo Pansa diceva il contrario, io penso che Raffaella Duelli nell’arco della sua vita ci abbia dimostrato il contrario, da giovane diciannovenne aderi alla Repubblica Sociale e si arruolo come ausiliaria nel battaglione Barbarico Della X Mas, e qui inizio il suo percorso di solidarietà e aiuto per il prossimo prima per i marò del Barbarigo e successivamente tornata dal campo di concentramento americano dopo la guerra quando era difficile emergere per chi aveva combattuto dalla parte sbagliata, si è impegnata in prima linea per gli ultimi, i disagiati a favore di chi ha bisogno di assistenza.

Ma la cosa che è la vera testimonianza, “che non è mai troppo tardi“ è l’impegno profuso per ritrovare le salme dei suoi “camerati” caduti sul fronte pontino (Battaglia di Anzio), del battaglione Barbarico e dei battaglioni paracadutisti Folgore e Nembo dando loro una degna sepoltura nel Campo della Memoria di Nettuno da lei fortemente voluto.

Il mio ricordo di Raffaella Duelli risale ad una mattina di primavera ad una delle tante cerimonie che si svolgono periodicamente al Campo della Memoria di Nettuno felice con il volto sereno mentre venivano gridati al vento i nomi dei suoi “camerati” per il doveroso Presente.

 Per chi Rimane “non è mai troppo tardi” se ha come esempio persone come Raffaella Duelli.

 

Inserisco il link al suo sito dove troverete la lettera a Giampaolo Pansa ed anche una molto bella ad una sua nipote:

 

http://web.tiscali.it/raf.duelli/

 e poi per chi vuole quello del Campo Della Memoria:

 http://associazionecampodellamemoria.over-blog.it/

 Ezio


“Per fregare il mondo con due ore di anticipo”

19 Luglio 2009

borsellinoPer ricordare un altro uomo che ha dato la sua vita per la sua terra in nome della giustizia e del senso dello stato ben sapendo che quello stato un senso non ne aveva, pubblicherò la sua ultima lettera scritta dodici ore prima che venisse ucciso alle 5 perché lui si alzava due ore prima per fregare il mondo, una lettera che è rivolta agli studenti e che è incompiuta ma dalla quale si capisce benissimo sia la preparazione che il pensiero dell’uomo

Paolo Borsellino.

“Gentilissima” Professoressa,
      uso le virgolette perchè le ha usato lei nello scrivermi, non so se per sottolineare qualcosa e “pentito” mi dichiaro dispiaciutissimo per il disappunto che ho causato agli studenti del suo liceo per la mia mancata presenza all’incontro di Venerdì 24 gennaio.
      Intanto vorrei assicurarla che non mi sono affatto trincerato dietro un compiacente centralino telefonico (suppongo quello della Procura di Marsala) non foss’altro perchè a quell’epoca ero stato già applicato per quasi tutta la settimana alla Procura della Repubblica presso il Trib. di Palermo, ove poi da pochi giorni mi sono definitivamente insediato come Procuratore Aggiunto.
      Se le sue telefonate sono state dirette a Marsala non mi meraviglio che non mi abbia mai trovato. Comunque il mio numero di telefono presso la Procura di Palermo è 091/***963, utenza alla quale rispondo direttamente.
      Se ben ricordo, inoltre, in quei giorni mi sono recato per ben due volte a Roma nella stessa settimana e, nell’intervallo, mi sono trattenuto ad Agrigento per le indagini conseguenti alla faida mafiosa di Palma di Montechiaro.
      Ricordo sicuramente che nel gennaio scorso il dr. Vento del Pungolo di Trapani mi parlò della vostra iniziativa per assicurarsi la mia disponibilità, che diedi in linea di massima, pur rappresentandogli le tragiche condizioni di lavoro che mi affligevano. Mi preanunciò che sarei stato contattato da un Preside del quale mi fece anche il nome, che non ricordo, e da allora non ho più sentito nessuno.
      Il 24 gennaio poi, essendo ritornato ad Agrigento, colà qualcuno mi disse di aver sentito alla radio che quel giorno ero a Padova e mi domandò quale mezzo avessi usato per rientrare in Sicilia tanto repentinamente. Capii che era stato “comunque” preannunciata la mia presenza al Vostro convegno, ma mi creda non ebbi proprio il tempo di dolermene perchè i miei impegni sono tanti e così incalzanti che raramente ci si può occupare di altro.
      Spero che la prossima volta Lei sarà così gentile da contattarmi personalmente e non affidarsi ad intermediari di sorta o a telefoni sbagliati..
      Oggi non è certo il giorno più adatto per risponderle perchè frattanto la mia città si è di nuovo barbaramente insanguinata ed io non ho tempo da dedicare neanche ai miei figli, che vedo raramente perchè dormono quando esco da casa ed al mio rientro, quasi sempre in ore notturne, li trovo nuovamente addormentati.

      Ma è la prima domenica, dopo almeno tre mesi, che mi sono imposto di non lavorare e non ho difficoltà a rispondere, però in modo telegrafico, alle Sue domande.

      1) Sono diventato giudice perchè nutrivo grandissima passione per il diritto civile ed entrai in magistratura con l’idea di diventare un civilista, dedito alle ricerche giuridiche e sollevato dalle necessità di inseguire i compensi dei clienti. La magistratura mi appariva la carriera per me più percorribilie per dar sfogo al mio desiderio di ricerca giuridica, non appagabile con la carriera universitaria per la quale occorrevano tempo e santi in paradiso.
      Fui fortunato e divenni magistrato nove mesi dopo la laurea (1964) e fino al 1980 mi occupai soprattutto di cause civili, cui dedicavo il meglio di me stesso. E’ vero che nel 1975 per rientrare a Palermo, ove ha sempre vissuto la mia famiglia, ero approdato all’Ufficio Istruzione Processi Penali, ma otteni l’applicazione, anche se saltuaria, ad una sezione civile e continuai a dedicarmi soprattutto alle problematiche dei diritti reali, delle dispute legali, delle divisioni erediatarie etc.
      Il 4 maggio 1980 uccisero il Capitano Emanuele Basile ed il Comm. Chinnici volle che mi occupassi io dell’istruzione del relativo procedimento. Nel mio stesso ufficio frattanto era approdato, provenendo anche egli dal civile, il mio amico di infanzia Giovani Falcone e sin dall’ora capii che il mio lavoro doveva essere un altro.
Avevo scelto di rimanere in Sicilia ed a questa scelta dovevo dare un senso. I nostri problemi erano quelli dei quali avevo preso ad occuparmi quasi casualmente, ma se amavo questa terra di essi dovevo esclusivamente occuparmi.
      Non ho più lasciato questo lavoro e da quel giorno mi occupo pressocchè esclusivamente di criminalità mafiosa. E sono ottimista perchè vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarantanni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta.

      2) La DIA è un organismo investigativo formato da elementi dei Carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza e la sua istituzione si propone di realizzare il coordinamento fra queste tre strutture investigative, che fino ad ora, con lodevoli ma scarse eccezioni, hanno agito senza assicurare un reciproco scambio di informazioni ed una auspicabile, razionale divisione dei compiti loro istituzionalmente affidati in modo promiscuo e non codificato.
      La DNA invece è una nuova struttura giuridica che tende ad assicurare soprattutto una circolazione delle informazioni fra i vari organi del Pubblico Ministero distribuiti tra le numerose circoscrizioni territoriali.
      Sino ad ora questi organi hano agito in assoluta indipendenza ed autonomia l’uno dall’altro (indipendenza ed autonomia che rimangono nonostante la nuova figura del Superprocuratore) ma anche in condizioni di piena separazione, ignorando nella maggior parte dei casi il lavoro e le risultanze investigative e processuali degli altri organi anche confinanti, e senza che vi fosse una struttura sovrapposta delegata ad assicurare il necessario coordinamento e ad intervenire tempestivamente con propri mezzi e proprio personale giudiziario nel caso in cui se ne ravvisi la necessità.

      3) La mafia (Cosa Nostra) è una organizzazione criminale, unitaria e verticisticamente strutturata, che si contraddistingue da ogni altra per la sua caratteristica di “territorialità”. Essa e suddivisa in “famiglie”, collegate tra loro per la comune dipendenza da una direzione comune (Cupola), che tendono ad esercitare sul territorio la stessa sovranità che su esso esercita, deve esercitare, leggittimamente, lo Stato.
      Ciò comporta che Cosa Nostra tende ad appropriarsi delle ricchezze che si producono o affluiscono sul territorio principalmente con l’imposizione di tangenti (paragonabili alle esazioni fiscali dello Stato) e con l’accaparramento degli appalti pubblici, fornendo nel contempo una serie di servizi apparenti rassembrabili a quelli di giustizia, ordine pubblico, lavoro etc, che dovrebbero essere forniti esclusivamente dallo Stato.
      E’ naturalmente una fornitura apparente perchè a somma algebrica zero, nel senso che ogni esigenza di giustizia è soddisfatta dalla mafia mediante una corrispondente ingiustizia. Nel senso che la tutela dalle altre forme di criminalità (storicamente soprattutto dal terrorismo) è fornita attraverso l’imposizione di altra e più grave forma di criminalità. Nel senso che il lavoro è assicurato a taluni (pochi) togliendolo ad altri (molti).
      La produzione ed il commercio della droga, che pur hanno fornito Cosa Nostra di mezzi economici prima impensabili, sono accidenti di questo sistema criminale e non necessari alla sua perpetuazione.
      Il conflitto inevitabile con lo Stato, con cui Cosa Nostra è in sostanziale concorrenza (hanno lo stesso territorio e si attribuiscono le stesse funzioni) è risolto condizionando lo Stato dall’interno, cioè con le infiltrazioni negli organi pubblici che tendono a condizionare la volontà di questi perchè venga indirizzata verso il soddisfacimento degli interessi mafiosi e non di quelli di tutta la comunità sociale.
      Alle altre organizzazioni criminali di tipo mafioso (camorra, “ndrangheta”, Sacra Corona Unita etc.) difetta la caratteristica della unitarietà ed esclusività. Sono organizzazioni criminali che agiscono con le stesse caratteristiche di sopraffazione e violenza di Cosa Nostra. ma non hanno l’organizzazione verticistica ed unitaria. Usufruiscono inoltre in forma minore del “consenso” di cui Cosa Nostra si avvale per accreditarsi come istituzione alternativa allo Stato, che tuttavia con gli organi di questo tende a confondersi.

Solo un ultima considerazione affinché il sacrificio di Borsellino non sia stato inutile, sta a noi ricordare semplicemente chi era e  cosa faceva a chi è troppo giovane per ricordare, un uomo la cui sola colpa era quella di amare la sua terra e far rispettare la legge.

Ezio De Santis


Per scelta, per dovere o per onore.

17 Luglio 2009

bandluttoAlessandro Di Lisio, venticinque anni è morto. Morto come purtroppo molti altri ragazzi della sua età, ma lui è un morto particolare, uno di quei ragazzi che fanno la guerra anche in tempi di pace, per scelta sì ed anche per dovere.

Perché chi ha fatto il militare,  come ai miei tempi dove la parola più giusta per definirlo era “la naia”, sa che si fa un giuramento che spesso viene, o almeno veniva, preso con ilarità ai miei tempi, ma che per assurdo nei momenti più duri ti riveniva in mente in modo particolarmente vivo e prendeva una forza per te inaspettata.

Questo accade non per scelta e nemmeno per dovere ma solo per l’onore.    E’ l’onore di un uomo, cui la parola data è sacra, perché è la sua unica e vera proprietà, tutto il resto viene dopo.

Ed è un bel guaio, perché spesso chi ci crede non si “imbosca”, non rimane alla finestra ad attendere ciò che potrebbe succedere, non si arrende alle brutte evidenze della nostra società e spesso é in avanscoperta come Alessandro e i suoi compagni, pronti purtroppo a volte per la fetida bocca della Nera Signora. Ma per lei è un boccone molto indigesto, un figlio d’Italia non c’è più e noi tutti ne siamo tristi ma fieri più che mai. Alessandro ci lascia il suo onore che è anche l’unica nostra vera proprietà!

Ciao Alessandro.

Gentiliano


Serata per Piero 05/07/2009

6 Luglio 2009

Quando Ezio De Santis ed altri amici mi hanno chiesto di ricordare Pierluigi De Paola, d’istinto, ho subito accettato, con orgoglio e soddisfazione. Poi, ho riflettuto ed ho detto a me stesso: “Perché io? Tantissime persone hanno frequentato Pierluigi molto più tempo di me”. E’ vero che ho conosciuto Pierluigi da quando siamo nati, visto che siamo cugini in una famiglia “vecchio stampo” ma, purtroppo, è altrettanto vero che ho potuto frequentare più o meno assiduamente Pierluigi meno di dieci anni. Poi, riflettendo meglio, mi sono detto: “Perché no?”. In fondo, cosa occorre per aver l’onore di ricordare un essere umano? Quali sono i “requisiti” per potersi dire degno di rammentare una persona cara? A mio parere, è necessario avere tre sentimenti nei confronti del defunto: stima, rispetto ed affetto. Ed allora, è semplice dedurre che avere questi tre sentimenti nei confronti di Pierluigi De Paola è davvero facile, scontato, quasi automatico. Il carattere di Pierluigi De Paola trasmetteva, in chi ha avuto il privilegio di conoscerlo, naturali pretese di stima, di rispetto e di affetto. Non poteva non essere così. Non si poteva non stimare, non rispettare e non essere affezionati ad un uomo coraggioso, altruista e sensibile come Pierluigi. Un uomo che si schierava sempre dalla parte dei più deboli, dei più sfortunati, dei più bersagliati dalla sfortuna e dalle quotidiane avversità. In un mondo come quello attuale in cui si è continuamente alla ricerca del successo facile, della “carriera”, in un Paese in cui lo sport nazionale non è il calcio ma è la salita sul carro del più forte, Pierluigi era una felice eccezione! Pierluigi si prodigava per i più deboli con sentimenti di genuino altruismo e di sincera amicizia. A MI CI ZIA. Ecco una parola magica: amicizia; una parola fin troppo abusata e quasi sempre usata a sproposito. Ormai, ci si ritiene amici di qualcuno solo per averlo conosciuto e per aver scambiato con lui quattro parole. Ma non è così e Pierluigi lo sapeva bene. L’amicizia è un sentimento estremamente profondo che presuppone necessariamente la solidarietà, il sostegno continuo nei momenti di difficoltà, il coraggio di condividere battaglie difficili, l’abbandono, magari momentaneo, di situazioni comode a vantaggio di contingenze sfortunate. L’amicizia è tutto questo ed altro ancora: l’amicizia è lealtà, è correttezza nei rapporti, è sincerità, è affetto incondizionato, è umanità e Pierluigi De Paola era un grande AMICO!!! Possedeva tutte, dico TUTTE, le caratteristiche dell’amicizia. Pierluigi, tra l’altro, ci ha insegnato a considerare i rapporti di amicizia come il frutto quasi contestuale di istintive intese e di duraturi confronti. Confronti duri, serrati, talvolta aspri, ma pur sempre leali e corretti; corretti, proprio nella immediatezza del confronto. Quando si ricorda una persona che fisicamente non c’è più, si tende, quasi istintivamente, ad enfatizzarne la personalità, il carattere, il ricordo. Si tende a parlarne sempre benissimo, ad esaltarne le caratteristiche personali, quasi come se l’evento morte cancellasse ogni tipo di difetto ed ogni caratteristica negativa. Quasi come se la morte fisica imponesse, con il rispetto del ricordo, una elencazione di doti attribuite al defunto non in quanto meritate ma in quanto naturalmente scaturenti dal decesso, dalla effettiva impossibilità di consentirgli difese alle critiche. In tal senso, quasi tutti i ricordi “ufficiali” si traducono in un esercizio, più o meno finemente, retorico, con parole ridondanti e “di circostanza”. Si tende sempre a dire che il defunto era il migliore, che vivrà in eterno, che non sarà mai dimenticato ed il tenore letterale spesso identico e stucchevole di queste cerimonie, a freddo, produce reazioni appiattite, facendo sì che la consuetudine svuoti di significato le parole espresse. Nel caso di Pierluigi non è così, non può essere così, non deve essere così! Qui non si stanno facendo esercizi di retorica!! Qui si sta dicendo la verità!! Le parole dette con riferimento a Pierluigi De Paola sono stracolme di significato, sono l’espressione pura e spontanea di comportamenti reali, comportamenti che sono stati quotidianamente e concretamente riscontrati da ciascuno di noi. Talvolta, le “celebrazioni ufficiali” risultano un “fastidioso dovere”, una noiosa procedura per quietare la nostra coscienza; un intercalare tra il ruffiano e l’abitudinario; nel caso di Pierluigi, è, invece, l’occasione per ricordare a tutti noi che esistono dei sentimenti e dei comportamenti che elevano lo spirito umano, ne connotano la meritevole appartenenza al genere umano, in quanto esseri razionali e passionali, ma pur sempre solidali! Ricordare Pierluigi e ricordare il suo esempio devono servire a ciascuno di noi per non dimenticare mai che la coerenza, l’altruismo, la solidarietà, non sono concetti teorici, scritti ed esplicati nel dizionari della lingua italiana, ma possono tradursi – se lo vogliamo – in atti concreti. Pierluigi De Paola ci è pienamente riuscito e ricordarlo serve anche a rammentarci la lodevole, anche se estremamente difficile, possibilità di eguagliarlo in una gara che potrebbe sicuramente creare un mondo migliore. Ognuno di noi, nel rammentare le opere e le azioni di Pierluigi, deve capire che, nella realtà quotidiana, si può fornire un piccolo contributo affinché, per dirla alla Eduardo De Filippo, si arrivi ad un mondo “meno tondo ed un po’ più quadrato”. Evidentemente, quindi, le ricorrenze non possono essere sempre considerati eventi abitudinari e scontati. Ognuno di noi non può non ricordarsi il giorno del funerale; un giorno così, davvero, non si dimenticherà mai. Ma c’è un particolare su cui vorrei soffermare l’attenzione. Nella chiesa stracolma, nel silenzio assordante e quasi surreale, nella riflessione generale, mancava una caratteristica della quasi totalità dei funerali. Comunemente, nei funerali si formano i capannelli, i gruppetti di persone che parlano tra loro, spesso ci si distrae salutando vecchi amici ritrovati dopo anni, si aprono piccole e discrete discussioni sul futuro, sull’evento morte in generale, sulla personalità del defunto. Nel caso di Pierluigi non è andata così; in chiesa e nell’ambito prospiciente era presente una folla composta da individui isolati, assorti, silenziosi. Non c’erano capannelli ma gruppi di persone che desideravano l’isolamento, la riflessione, il silenzio. Perché??? Dare risposte generalizzate è sempre inopportuno e pretenzioso; tuttavia, si può provare ad ipotizzare qualche spiegazione. A mio parere, il motivo sostanziale è da ricercare nella volontà di ciascuno di noi di mettere insieme i ricordi personali, il rimpianto per le occasioni mancate ma soprattutto “parlare” ancora una volta con lui! Sì parlare! Avete capito bene; nel silenzio e nella concentrazione si può anche parlare!! Si può parlare senza dire nulla!! Ognuno di noi, in quei momenti, voleva esprimergli la gratitudine per l’esempio fornito, per le battaglie vinte o, semplicemente, affrontate. Ed ha voluto farlo senza gesti plateali, evidenti; ha voluto farlo per continuare ad avere il privilegio di dialogare da solo con lui, per chiedergli consigli, strategie o, anche, per continuare a sorridere con lui. Eh sì, con Pierluigi si sorrideva, anzi si rideva, non ci annoiava mai!! Non era certo un santo ed il divertimento gli piaceva tanto. Aveva l’aspetto burbero (e nei momenti di reale nervosismo era meglio stargli molto lontano) ma sapeva essere tenero, spensierato, allegro. Non aveva dimenticato le origini. Amava il paese dei nostri antenati (Sant’Elena Sannita, in provincia di Isernia); lo amava, a modo suo. Ci andava quando era semideserto. Non gli interessava farsi vedere. Ha sempre cercato soprattutto la sostanza nelle cose. Anche come politico ha sempre apprezzato quasi esclusivamente la sostanza. D’altra parte, il politico De Paola era uguale al ragazzo Pierluigi ed all’uomo Pierluigi De Paola. Non è cambiato, non si è mai trasformato, non ha mai ceduto alle lusinghe del potere, alle “sirene” dell’arrivismo. Ha avuto dei punti di riferimento ma era sempre animato da sentimenti di indipendenza. Aveva ammirazione per gli uomini di spessore ma non era mai succube. Come ho avuto modo di dirgli ad aprile del 2008, apparteneva alla sfera dei veri politici, quelli che rispettano l’etimologia delle parole e, soprattutto, la sostanza del significato delle parole. Pierluigi “agiva per il cittadino” e non interpretava la politica con arrivismo, con senso del potere assoluto o, peggio, con la volontà di sopraffazione. Vedete, si potrebbero citare mille episodi, tutti significativi sul suo modo di essere e di pensare, ma ritengo che si rischierebbe di cadere nella retorica e, come dicevo prima, questo rischio non bisogna correrlo. Non avrebbe voluto lui. Anzi, mi correggo, non VUOLE lui; perché lui è presente tra noi e lo sarà sempre perché il ricordo di una persona così straordinariamente importante ed esemplare non può svanire. La sua umanità, i suoi valori, la sua tenacia resteranno in vita almeno fino a quando l’ultimo di noi sarà in vita.

Donato Iannone


Lui è Lui e …….

2 Luglio 2009

manpier2

Noi siamo caduti e ci siamo rialzati parecchie volte.
E se l’avversario irride alle nostre cadute, noi confidiamo nella nostra capacità di risollevarci.
In altri tempi ci risollevammo per noi stessi, da qualche tempo ci siamo risollevati per voi, giovani, per salutarvi in piedi nel momento del commiato, per trasmettervi la staffetta prima che ci cada di mano, come ad altri cadde nel momento in cui si accingeva a trasmetterla.
Accogliete dunque, giovani, questo mio commiato come un ideale passaggio di consegne.

E se volete un motto che vi ispiri e vi rafforzi, ricordate:

VIVI COME SE TU DOVESSI MORIRE SUBITO. PENSA COME SE TU NON DOVESSI MORIRE MAI.
                                                                GIORGIO ALMIRANTE”

Mi sembrava giusto iniziare questo mio intervento con il pensiero di Giorgio Almirante che è un po’ come una lettera di commiato ma che invece suona come un proposito di inizio,  perchè anche se fisicamente non è più con noi lo è con il suo esempio con i suoi scritti e con la volontà di ognuno di noi di ricordarlo, ed a questo punto  ad un anno dalla partenza che entra in gioco un altro personaggio, Pierluigi De Paola anche lui fisicamente non è presente tra di noi e la lettera di commiato non ha potuto scriverla ma è come se  avesse chiesto ad Almirante la sua in prestito, perché aveva la stessa concezione del mondo e credeva molto nei giovani, nella patria intesa come nazione nell’ Europa dei popoli e non in quella del denaro ma soprattutto credeva nell’amicizia e nella stima reciproca, due cose molto rare da trovare in una persona al giorno d’oggi, anche quando discuteva con un suo amico e magari dall’alto della sua leggera permalosità non ci parlava, chi lo conosceva bene sapeva che lui soffriva perché non poteva parlare e di nuovo discutere con il suo amico.

Molti di noi nel suo blog dopo la sua partenza ha postato commenti per ringraziarlo della sua amicizia oppure ha scritto dei suoi pregi e dei suoi difetti, non sta qui a me elencare i pregi e i difetti per commemorarlo, soprattutto perché ognuno di noi che gli e stato vicino in questo breve periodo di vita terrena, ha una visione personale di quello che era Pierluigi per lui, ognuno dei suoi amici ha nel suo cuore un pezzo di vita vissuta con lui un pezzo di Pierluigi, di spensieratezza, di tensione, di litigate, di paure e di pazze risate, di Roma e Lazie come diceva lui ma poi in fondo ribadiva che non si occupava di calcio, ed è per questo che è difficile spiegare, commemorare Pierluigi, parafrasando Albertone lui era lui… .

In un anno sono successe molte cose,  abbiamo continuato a fare quello che normalmente facevamo anche se non è stato e sarà uguale a prima, tranne che per quel migliaia di lumache che si sono salvate dalla sua pentola, abbiamo cercato di tirare avanti come si dice di solito, percorrendo le stesse strade di prima, cercando di svolgere lo stesso lavoro, pensando ed agendo sempre come se lui fosse con noi in questo maledetto anno che è passato, e per questo mi sento di ringraziare quanti ci sono stati vicino quanti ci hanno consigliato, ci hanno spronato a continuare, e ci hanno fatto passare più serenamente questo interminabile anno.

Agli altri quelli che si erano messi sul bordo del fiume ad aspettare dico che potranno millantare qualunque cosa e dire qualunque cosa senza il problema di essere smentiti, ma non potranno mai toglierci quel pezzo di Pierluigi che ogni amico vero si porta nel suo cuore ed è questo che rende vana la sua partenza, ed è questo che rende vana ad un anno la commemorazione.

Perchè lui è lui …

                                                                                                                      Ezio De Santis


Caro Colonnello…

12 Giugno 2009

La tua visita è passata, gli inchini, le tende, l’harem dell’auditorium; Soddisfatto, spero di si! Io mi sono cibato l’ultima figura da italiano mediocre della storia di questa repubblica da oggi fondata sul petrolio e sul gas. Cominciando dall’inizio ti scrivo che cosa mi crea questa sensazione di nausea tricolore: I miei avi scimmiottando i colonizzatori professionisti come i francesi e gli inglesi, che con la loro pseudo libertà dei popoli hanno succhiato la polpa delle Indie e della tua amata Africa mettendola in ginocchio senza bisogno fino ad oggi di nessuna scusa, non riuscirono a trovare altro che il tuo paese per dare sfogo alle loro manie, solo che da voi, al contrario delle ridenti Indie inglesi e terre coloniali africane francesi, fino a dopo la seconda guerra mondiale il prodotto più importante che avevate era la sabbia, tanta sabbia. Noi pensavamo, pensa che stupidi, di sviluppare l’agricoltura mentre bastava fare solo delle buche per trovare ciò che ci avrebbe arricchito a vostre spese, nel mentre comunque il mio popolo di “colonizzatori” costruiva strade, scuole, pozzi d’acqua e una città come Tripoli. Allo stesso tempo “deportavamo” famiglie contadine italiane imbrogliandole con un presunto paradiso, per rendere più forte il nostro sogno. La Guerra ci ha “salvato” e via ha liberato di noi. Ci è costata qualche centinaia di migliaia di vite di uomini eroici (questo te lo posso garantire), ma va bene così! Poi sei arrivato tu e ai giustamente cacciato da un giorno all’altro tutti gli italiani che erano lì a vivere, e anche questo va bene. Ma il tuo genio si è rivelato oggi, con il tuo ingresso trionfante in Italia e a Roma. Tutti i tuoi vecchi nemici appecoronati, i attesa di porgerti tutto l’aiuto economico di cui hai bisogno per due taniche di benzina e per affondare a casa tua le barchette dei cosiddetti immigrati, lavando con la stessa benzina le mani ad un’Europa del denaro dove i popoli si misurano sui conti in banca, e sia! Comunque ammiro la tua capacità di diplomazia, mi ricordi sia il Maresciallo Tito che il Lider Maximo Fidel Castro, chissa perché! Buon viaggio Colonnello! Roma, Ustica, Tripoli senza alcuna paura; Ora siamo tutti amici!

Gentiliano


uno, nessuno, centomila ……….

12 Maggio 2009

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Eccomi qua a parlare dell’inaugurazione del Circolo intitolato a “Pierluigi De Paola”, lunedì 11 Maggio è avvenuto quest’evento. Circolo fortemente voluto da un pugno d’amici di Pierluigi, che si sono adoperati con tutti i mezzi perché questo luogo diventasse reale, e cosi dopo varie difficoltà iniziali siamo riusciti ad avere un locale dove incontrarci, discutere o semplicemente salutarci.

Un luogo d’incontro dove passare dei momenti insieme a persone che hanno gli stessi interessi le stesse speranze su come svolgere il proprio impegno civico e su come aiutare gli altri.

Questo era uno dei sogni di Pierluigi, fare un centro servizi dove la gente che aveva bisogno di un’informazione di una consulenza, di un consiglio di un esperto la poteva ricevere.

Questo sarà il nostro impegno creare un punto d’incontro in cui le persone affronteranno le problematiche quotidiane insieme con noi, insieme ai professionisti nostri amici che si sono impegnati con noi, e che si sono resi disponibili.

Questa è la nostra visione della politica, lasciamo ad altri le platee mediatiche della televisione, o quelle più incisive dei social forum dove è vero tutto e il contrario di tutto dove si pensa che per risolvere i problemi dei cittadini, basta creare un gruppo dove più amici virtuali si hanno e più sei considerato e potente, ma è solo propaganda è solo un mezzo per comunicare più velocemente,  se ad una persona non puoi guardarla in faccia e non gli puoi stringere la mano difficilmente ti darà ascolto o avrai la sua fiducia.

Per finire vorrei fare un ringraziamento particolare a Gigi, Angelo, Alessandro,Federico,Giampiero, Massimo perché senza di loro non si avrebbe una sede, ringrazio Andrea Augello e Federico Guidi per la disponibilità e il loro aiuto ed infine ringrazio quanti Lunedì 11 erano fisicamente presenti,  tutti quelli che erano presenti con lo spirito, ed anche tutti quelli che avrebbero voluto essere presenti, ma non hanno potuto, Pierluigi ha avuto ed ha molti amici, ed ho la presunzione di dire che nessuno di questi è stato od è più amico o meno amico di altri, solamente ci sono persone che hanno avuto ed hanno rispetto per Pierluigi ed altre che continuano a non averlo.

 Ezio


“Male Assoluto per un giorno solo”

17 Aprile 2009

giano

 “Giano Accame nasce a Stoccarda il 30 luglio 1928 da madre tedesca,  mentre il padre e il nonno furono ammiragli e gli antenati piccoli armatori di Loano (Savona). Il 25 aprile 1945, giorno della Liberazione, ad appena 17 anni, Accame si arruolò nella marina militare della Repubblica sociale italiana, ammirando la Decima Mas. La sua adesione alla Rsi durò lo spazio di un mattino perché alla sera fu catturato dai partigiani a Brescia. Nel 1946 si iscrisse a Genova al Fronte degli Italiani, organismo poi confluito nel Msi, di cui creò le prime sezioni nella riviera ligure ed è stato dirigente regionale e nazionale. Nel 1956 lasciò il Movimento sociale italiano, stanco di polemiche interne e per impegnarsi di più con il giornalismo, sua futura professione”.

Anche lui non è più fisicamente tra di noi, ma ci ha lasciato molte cose da renderlo sempre presente, la prima cosa che ci ha insegnato e stata la coerenza e il dire sempre la verità sui fatti e sulla storia,  mai riportando solamente quello che era politicamente corretto.

Ritenuto da molti un fascista di sinistra ma quando gli dicevano che lui era  un  eretico anarchico di destra lui non smentiva, uno dei pochi esponenti della destra stimato dagli intellettuali e da alcuni parlamentari della sinistra.

Di lui ricorderemo il suo amore per Ezra Pound e quello che disse di Fini dopo il viaggio a Gerusalemme, “Fini non sa un cazzo ma lo dice benissimo”..
«La destra dalla storia e dal passato trae vantaggi anche elettorali. Nel bagaglio dei ricordi le famiglie si tramandano rancori, dolori, orgogli, anche errori da riconoscere. Adesso che cosa è Fini? Un trovatello della storia».

Contro il sistema ben prima del movimento studentesco del 68, movimento al quale molti dei ragazzi di destra di allora si avvicinarono.

Ma soprattutto la fedeltà senza nostalgismo a quello che aveva passato nel ventennio fascista «La fedeltà è come la verginità. A vent’anni può avere un sapore. Sessant’anni dopo un po’ meno. Le testimonianze di fedeltà si esauriscono coi ricambi di generazione. Ma il fascismo è stato un periodo di una creatività tale che ti fa anche sopportare il ridicolo di alcuni riti».

Accame ha sempre pensato che tradizione e patria non dovessero essere pretesti, ma ideali veri da rendere concreti con l’azione politica ed è per questo che voglio ricordare uno dei pochi uomini che è in sintonia con il nostro pensiero filosofico e politico un uomo che non si è vergognato di dire che lui era il Male Assoluto.

 

Arrivederci Giano.

 

Ezio